“Ma che politica che cultura”
Scritto da: amministratore in CulturaTags: Cultura, Eventi, unità d'Italia
Quando trovo un giornalista che, con parole che io non saprei trovare, dice cose che condivido in pieno, le rubo e faccio mie su questo Blog, che vuole anche essere di informazione varia e generale, oltre che locale. Questo perchè ritengo che, correggetemi se sbaglio, spesso la politica locale può essere migliorata da esperienze di altri in Italia o all’estero, o da pareri di esperti italiani e non; e spesso i problemi locali sono un riflesso di quelli nazionali o perfino internazionali. Quindi oggi vi propongo queste righe che, finalmente, cercano di riportare la cultura vera al centro dell’attenzione di tutti noi. Ricordiamoci che senza la cultura noi saremmo schiavi prima di tutto di noi stessi.
Di Cotroneo. Da l’Unità dell’11 agosto 2009.
Seguivo il dibattito che ha aperto ieri Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera”. L’atto d’accusa è sulle celebrazioni dei 150 anni dall’unità d’Italia e sulle iniziative culturali povere, sgangherate e prive di un nesso. Galli della Loggia lamenta l’assenza, oggi, di un rapporto stretto, ma autentico, tra cultura e politica, come era invece nella prima Repubblica, quando i partiti avevano i loro centri studi, le loro riviste, e gli intellettuali facevano un lavoro prezioso. Oggi invece è il deserto, e questo è molto preoccupante.
Gli hanno risposto in molti. Anche il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, con lamentazioni di vario genere. Gli intellettuali italiani non sarebbero propositivi, non riescono a uscire da uno schema che è o di asservimento completo al potere e alla politica, o di critica radicale e distruttiva. In realtà il problema è più complesso. E sta proprio nell’idea che nel tempo si è formata in tutti del lavoro culturale e intellettuale. L’idea è che fare cultura vuol dire innanzi tutto dibattere, pensare, e soprattutto sponsorizzare.
Da anni comuni, province, regioni e istituzioni locali di vario genere spendono fiumi di denaro per sciocchezze: mostre impresentabili, spettacoli teatrali che non interessano nessuno, film che vanno a vedere in venti persone, premi letterari, artistici e culturali che servono solo a raccogliere gente stanca che aspetta soltanto l’ora del buffet. Da decenni si finanziano riviste culturali dilettantesche, con la scusa di promuovere e aiutare la cultura. Hanno fatto più danni gli assessori alla cultura dell’intero paese che gli Unni di Attila. Ma nessuno lo vuole capire, anzi, si persevera.
Poi a un certo punto si leva il grido di dolore sugli intellettuali che non hanno più un ruolo, che non vengono più considerati, che non hanno più un peso. Per forza, il mondo culturale italiano, da anni, è rappresentato per la maggior parte dei casi da narcisi provinciali da romanzetto premiato dalle pro-loco.
Cosa fare? Dibattere sul federalismo? Creare dei think tank capaci di generare futuro, idee, e ipotesi convincenti? O invece sarebbe il caso di mettersi a lavorare. Il caso di destinare i pochi soldi per la cultura non in iniziative da spiaggia, o in improbabili festival del cinema da paese, ma salvaguardando il patrimonio culturale italiano, investendo nelle infrastrutture che portano la cultura nelle case degli italiani, aiutare quelli che vogliono investire nella cultura veramente, progettare biblioteche nei centri piccoli, convincere le aziende, le banche a dare borse di studio agli studenti meno abbienti che hanno voglia di fare studi seri proprio nei mestieri più a rischio, quelli più difficili da fare, ovvero i mestieri culturali.
E invece gli sponsor li trovi solo dove c’è un ritorno futile e vanesio, e soprattutto quella parte fondamentale della produzione culturale che è l’università langue e decade senza possibilità di scampo. Poi perché stupirsi di quello che accade per i 150 anni dell’unità d’Italia. Basta girare per l’Italia per capire quanto la cultura non sia diventata altro che un trionfo di convegni in luoghi turistici, premi di qualsiasi tipo che succhiano soldi, eventi che lasciano il tempo che trovano, festival paesani, o contributi a riviste e iniziative editoriali che non lasceranno un segno da nessuna parte. Ma per invertire la tendenza bisogna cominciare a pensare, ad avere dei progetti. E nessuno è interessato a progettare cose durevoli, e investire realmente nel futuro. Non porta visibilità, non porta voti, e soprattutto non gliene importa niente a nessuno.
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