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Scritto da Giampietro Ferraris

Da parecchio tempo non si sente dire altro (un po’ da tutte le parti purtroppo) che in Italia la produttività è troppo bassa, che i salari vanno aumentati solo se agganciati alla suddetta produttività dell’azienda, che i contratti nazionali hanno fatto la loro parte, ecc.
Il massimo è stato raggiunto dalla coincidenza di due proposte: la prima lanciata al convegno dei giovani industriali in quel di Santa Margherita, dove si invoca addirittura il “contratto individuale”, la seconda approvata dal consiglio dei ministri del lavoro europei, dove si propone all’assemblea l’aumento del lavoro per legge dalle attuali 48 ore settimanali a 60 ore. Dove andremo a finire?So bene che le due proposte non vogliono ancora dire nulla in concreto, ma se ci aggiungiamo la recente scelta del governo di diminuire l’IRPEF sul lavoro straordinario, il disperato bisogno di denaro dei lavoratori, si comprende bene come la soluzione per poter guadagnare qualcosa in più sia quella di lavorare, come scelta individuale, fino allo sfinimento fisico, 10 ore al giorno, sabato e domenica, magari rimanendo vittima di un incidente a causa della stanchezza. Ovviamente chi non aderisce a questa scelta individuale perde il posto di lavoro.
Che in Italia la produttività sia diminuita negli ultimi 7, 8 anni è un dato reale.
Vi sembra che in questi ultimi anni i lavoratori si siano impigriti? Un qualsiasi osservatore neutrale potrebbe verificare che, a causa della sempre maggiore precarietà del lavoro, della concorrenza internazionale, Cina, India, della cosiddetta “delocalizzazione” degli impianti produttivi in Romania, eccetera, non solo dall’inizio secolo, ma da ben 25 anni in Italia si lavora di più e si guadagna di meno. Statistiche alla mano, dai primi anni 80 in poi, una immensa quantità di reddito si è spostata dal lavoro dipendente verso il lavoro autonomo, l’imprenditorialità, la rendita. Dall’abolizione della scala mobile, per la precisione. I lavoratori hanno fatto responsabilmente un passo indietro per frenare l’inflazione, ma sono stati gli unici a farlo, gli altri hanno continuato a far man bassa, complici governi che non hanno mai fatto una seria politica contro l’evasione fiscale.
Quale è la causa quindi della nostra scarsa produttività? Sono proprio i “padroni”e che non investono nelle loro aziende per la ricerca e l’innovazione. E’ la relazione di Banca d’Italia ad affermarlo: La bassa crescita dell’economia italiana ha al primo posto la scarsa capacità di innovazione del sistema produttivo poiché l’aumento della flessibilità della forza lavoro, la fase di moderazione salariale e la crescita dei flussi migratori, hanno reso più conveniente per l’imprenditore l’impiego del fattore lavoro rispetto agli investimenti di capitale per l’innovazione. Infatti la spesa dell’impresa privata per l’innovazione e la ricerca in rapporto al prodotto è circa la metà della media europea.
Ci siamo messi a far concorrenza alla Cina sul contenimento dei costi!
Per forza che perdiamo.
Non aspettiamoci poi di trovare le aziende colme dei soldi che hanno risparmiato in tutti questi anni: sono invece in gran parte sottocapitalizzate perché i guadagni se li sono intascati gli imprenditori, gli azionisti.
La soluzione di tutto questo dovrebbe quindi essere un massiccio aumento salariale di tutti i lavoratori dipendenti, sganciandolo totalmente dalla produttività. Mi sembra una voce che grida nel deserto. Decisamente fuori dal coro.
In realtà ai padroni non interessa affatto della produttività, per loro è solo un orpello; quello che vogliono è l’essenza: spendere poco e guadagnare molto. Come sempre.
A riprova di quando scrivo, cito questo episodio di vita vissuta. Nella mia azienda abbiamo fatto circa 15 anni orsono un contratto integrativo che legava una quota molto alta del salario alla produttività e alla redditività (precursori!). Nel corso degli anni, anche in seguito a rilevanti ristrutturazioni questi due fattori sono migliorati moltissimo, tanto che il premio ad essi agganciato è aumentato sensibilmente.
Non ci crederete, ma l’azienda, visto che la produttività costava, nell’ultimo contratto integrativo ha voluto ed ottenuto dopo diversi scioperi, che circa i due terzi della somma venissero mensilizzati in busta paga, legati all’inflazione, pur di non vederli aumentare al passo dei suoi guadagni. E non si trattava di un premio finto, per alcuni anni di scarsi profitti il premio di redditività era diminuito.

3 Risposte a “Costo del lavoro e produttività”

  1. Matteo scrive:

    Sebbene non sia un economista e non mi intenda molto della materia, direi che posso solo essere d’accordo con Giampietro. E’ sempre più evidente che il solco tra imprenditori e dipendenti stia crescendo: da una parte gli imprenditori, stolti e miopi, pensano solo al presente, ad un guadagno alto e immediato; dall’altra parte i dipendenti hanno perso coscenza di se stessi e non sembrano intenzionati a lottare per il loro benessere ….. si sono arresi ad un destino che prevede sempre più lavoro per ottenere sempre le stesse cose (cibo, casa, famiglia).
    E per mangiare, avere un alloggio e dei figli le persone sono purtroppo disposte a tutto …… anche a regalare ville, panfili, aerei e quant’altro al “padrone”.

  2. igor scrive:

    Ecco le ultimissime novità in materia di lavoro (tanto per rimanere aggiornati): è stato pubblicato, in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge n. 112 del 25 giugno 2008 recante “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”.

    Sono tante le novità in materia di lavoro e tra queste vi segnalo:

    - abolizione della procedura relativa alle dimissioni volontarie: le imprese non virtuose potranno continuare a far firmare le dimissioni in bianco alle donne …

    - reintroduzione del lavoro lavoro a chiamata (intermittente): ovvero ti assumo ma ti faccio lavorare solo se e quando voglio.

    - abolizione del libro matricola e del libro paga e istituzione del libro unico del lavoro: aspettiamo di vedere come verrà resa operativa la norma.

    - modifiche alla disciplina del lavoro a tempo determinato: si rende ancora più facile il ricorso a questo contratto anzichè al contratto a tempo indeterminato (provate a chiedere un mutuo…).

    - modifiche all’apparato sanzionatorio del T.U. sulla sicurezza: ovviamente alcune sanzioni vengono cancellate o ridotte. Se questo è il modo di affrontare il problema delle morti sul lavoro siamo fuori strada.

    - modifiche alla disciplina in materia di orario di lavoro: il riposo settimanale (domenica), ad esempio, può diventare “bisettimanale” …

  3. Matteo scrive:

    Io non mi intendo molto di politiche del lavoro …… ma sono abbastanza sereno nel dire che tutte queste norme sono delle cavolate pazzesche. E vi assicuro che se non fossi io uno dei moderatori di questo blog (e quindi devo dare il buon esempio) non userei il termine cavolate.

    In sostanza il governo Berlusconi sta facendo quello che sapevamo avrebbe fatto …… favorire gli industriali a discapito di qualsiasi persona si opponga ad una politica del lavoro senza freni inibitori, senza limiti al peggio!!!

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